Trovo assai interessante ed istruttivo questo articolo di Network World:
http://www.networkworld.com/news/2008/110608-security-myths.html
che riunisce alcuni dei principi sui quali, a ragione o a torto, si basa larga parte della sicurezza informatica, e li sottopone ad una sana ed utile critica da parte di un gruppo di esperti.
Le persone intervistate sono di alto livello, e senz'altro la loro opinione è estremamente valida e da tenere in considerazione.
Mi permetto inoltre di aggiungere anche il mio personalissimo parere, invitando esplicitamente tutti i lettori a lasciare il proprio nei commenti.
1. C'è sicurezza nell'occultare (security through obscurity)
Questo principio mi fa pensare a molte situazioni dove è l'unica
contromisura adottata, ed in questi casi è chiaramente da scartare - il
fatto che nessuno conosca il mio algoritmo di crittografia non lo rende automaticamente sicuro, anzi.
Per
contro, non c'è dubbio che alcune cose vadano tenute riservate e con la
massima cautela (le password, i PIN, le configurazioni di dettaglio,
ecc.).
2. Il software Open Source è più sicuro di quello proprietario
Così come è detta, questa frase è falsa. Che però il software O.S. sia potenzialmente più sicuro di quello proprietario è senz'altro vero, perché ci sono più occhi che lo possono esaminare e statisticamente ci saranno anche più occhi esperti.
Nella pratica, poiché è un principio statistico, vale sui grandi numeri, e nulla si può inferire sul caso singolo.
3. La misura dell'aderenza a leggi e regolamenti è un buon metro della sicurezza
In
Italia probabilmente no: anche solo l'esistenza di un proverbio come
"fatta la legge, trovato l'inganno" ci svela la pervasività in ciascuno
di noi dell'abitudine ad eludere le leggi, ed azzera di fatto il valore
della compliance formale come misura dell'efficacia sostanziale.
Portiamo ad esempio le migliaia di DPS che non hanno migliorato di fatto la tutela dei dati personali.
4. Non è possibile misurare il ritorno d'investimento (ROI) della sicurezza
Probabilmente
questo non è vero in assoluto, ma senz'altro è molto difficile. Nel
caso generale, non conosco alcun modo per farlo in maniera tale che i
numeri che ne escono abbiano un qualche significato.
Esistono
tuttavia alcuni casi particolari in cui ciò è possibile, per cui non
perdo la speranza che prima o poi si riesca a sistematizzare la materia
e generalizzare il calcolo.
5. La mafia russa è colpevole dei peggiori reati online
Sinceramente non credo. I più pervicaci spammer, ad esempio, sono americani (degli USA, intendo).
La
regola del vantaggio, peraltro, richiede che chi commette un crimine lo
faccia per averne un tornaconto, e quindi la mafia russa sarà coinvolta
in tutti - e soli - i casi in cui potrà trarre denaro dallo specifico
crimine, o direttamente o indirettamente perché commissionatole da
qualcun altro. Ma in questo secondo caso ovviamente potrebbe essere
chiunque (perché solo la mafia russa, e non quella giapponese, o Cosa
Nostra?).
6. Un antivirus è indispensabile per prevenire il malware
Qualche anno fa questa regola era senz'altro molto più valida di oggi.
Attualmente
il numero di virus "tradizionali" è drasticamente diminuito, sostituito
da qualcosa di assai più redditizio per chi lo scrive che è lo spyware,
e lo spam che indirizza su siti di phishing, che se non è spyware
tecnicamente in pratica ha gli stessi fini.
Quindi, se per antivirus
si intende software che protegga in generale da queste minacce,
sicuramente sì; se si intende il solo tradizionale schermo da
"programmi infetti", allora è ormai quasi inutile.
7. L'outsourcing della sicurezza pone più rischi che gestirlo in casa
Questo è in generale falso: basti un controesempio.
Quando
la gestione della sicurezza è "casalinga" le persone sufficientemente
influenti riescono di solito ad ottenere assai rapidamente eccezioni
alle regole generali.
Quando si va in outsourcing l'inserimento di
eccezioni viene molto rallentato, perché il singolo operatore richiede
(saggiamente) un'autorizzazione prima di procedere; quando poi -
generalmente dopo un escalation - l'eccezione viene inserita, l'azione
viene documentata.
Si può quindi argomentare che in questo caso
l'outsourcing aumenta la sicurezza (a prezzo della flessibilità,
ovviamente, e quindi l'effetto netto sul risultato aziendale può essere
positivo o negativo).
8. La biometria è il miglior sistema di autenticazione
Nella
mia esperienza, poiché due volte su tre il lettore biometrico non
funziona (perché non riconosce l'impronta digitale, o la confonde con
quella di qualcun altro, ecc.), oppure è assai scomodo da usare (perché
bisogna avvicinare l'iride al sensore, oppure richiede di rimanere
immobili, ecc.), l'utente tipico si stanca assai rapidamente del
sistema.
L'utente stufo cerca mezzi (di solito procedurali) di aggirare il sistema.
Poiché nessun sistema è perfetto, generalmente ci riesce.
=> diminuzione della sicurezza.
Ciò mi porta a dire che la biometria non è un buon sistema di autenticazione.
9. I certificati digitali identificano un sito Web
In generale sì, ma non solo.
Peraltro,
identificano "qualcosa" o "qualcuno" solo perché certificano (in un
modo assai difficile da contraffare) che quello che c'è scritto al loro
interno non è stato alterato da quando è stato scritto.
Quindi, se chi ha prodotto il certificato è affidabile - e lo si deve sapere per altre vie - allora l'informazione contenuta nel certificato è affidabile.
10. È possibile formare i dipendenti ad adottare comportamenti sicuri ed a resistere ai tentativi di social engineering su Internet
Sì,
è possibile, ma lo si fa assai poco. Questo tipo di allenamento
dovrebbe anzi partire molto prima, probabilmente nella scuola
dell'obbligo.
I bambini di oggi probabilmente cresceranno con un
tipo di mentalità che contempla anche queste cautele (l'equivalente
moderno del "non accettare caramelle dagli sconosciuti"), ma gli adulti
di oggi non la hanno naturale.
Ciò detto, nessuna formazione può dare la certezza che nessun tentativo di social engineering funzionerà. Anche 007 ogni tanto cade nelle trappole delle fascinose spie che sembrano incontrarlo per caso al bar.
11. Non preoccupatevi, il governo (USA) ha un sistema segreto di difesa dagli attacchi informatici.
Questa frase mi ricorda un po' Mussolini che credeva nelle famigerate armi segrete di Hitler.
Non che non ci fossero (erano le V1 e le V2 di Von Braun): soltanto che non si sono dimostrate sufficienti.
Credo che anche in questo caso la situazione sia simile.
12. Più è lunga la chiave (di crittografia), più è sicuro il messaggio cifrato
A parità di algoritmo, senz'altro è vero.
Confrontando algoritmi diversi, ovviamente no.


Ciao,
sono d'accordo con i commenti di Mauro.
Aggiungerei solo che il punto 12 "Più è lunga la chiave (di crittografia), più è sicuro il messaggio cifrato" è vero a parità di entropia con la quale la chiave è generata.
Se i miei ricordi dell'esame di "Teoria dell'Informazione e Codici" non mi ingannano, il fatto che una chiave sia lunga x bit, non implica che contenga effettivamente un’entropia di x bit.
Se per esempio la chiave è derivata da una password, molto probabilmente avrà un’entropia reale bassa (molto più bassa di quella teoricamente possibile in base alla lunghezza della chiave).
Se invece la chiave è generata casualmente, la sua entropia dipende dalla bontà del generatore di numeri casuali.
Ciao.
maurizio.
Scritto da: Maurizio | 11/11/2008 a 14:07